differenza caffeina teina
Caffeina e teina: quali sono le differenze?

La domanda è frequente e spesso genera confusione. Dal punto di vista chimico, caffeina e teina sono la stessa sostanza: un alcaloide naturale con effetto stimolante sul sistema nervoso centrale. La differenza nel nome deriva esclusivamente dal contesto storico della scoperta: la caffeina fu isolata nell’Ottocento dai chicchi di caffè, mentre la stessa molecola venne identificata qualche decennio dopo nelle foglie di tè, dove prese il nome di teina. Questa sostanza è naturalmente presente in semi, foglie e frutti di diverse piante come caffè, cacao, tè, guaranà e mate. Ciò che varia non è quindi la molecola in sé, ma la concentrazione e la modalità di assorbimento, fattori che spiegano differenze nella risposta dell’organismo. Come agisce la caffeina sull’organismo La caffeina si lega a specifici recettori delle membrane cellulari, determinando un aumento dei livelli di adrenalina e noradrenalina. Questo meccanismo stimola il sistema nervoso simpatico e può provocare un incremento della frequenza cardiaca e un maggiore afflusso di sangue ai muscoli. In alcune persone, soprattutto se sensibili o in caso di assunzioni elevate, tali effetti possono riflettersi sull’apparato cardiovascolare, con la comparsa di palpitazioni, irregolarità del battito o una sensazione di attivazione marcata. In questi casi, un inquadramento cardiologico consente di valutare se la risposta agli stimolanti rientra nella normalità o richiede un approfondimento. Perché tè e caffè vengono percepiti in modo diverso La differenza percepita tra caffeina e teina è legata principalmente alla velocità di assorbimento. Nel tè, la caffeina è associata a polifenoli che ne rallentano l’assimilazione, producendo uno stimolo più graduale e prolungato nel tempo. Nel caffè, invece, l’assorbimento è più rapido e determina una risposta immediata, spesso descritta come una sensazione di energia intensa. Per questo motivo, il tè tende a stimolare senza accentuare l’attivazione cardiovascolare, mentre il caffè può risultare più marcato e, in alcuni soggetti, meno tollerato. Il ruolo dei polifenoli e l’aspetto nutrizionale I polifenoli presenti nel tè sono antiossidanti naturali, composti da flavonoidi e tannini, che contribuiscono a contrastare l’invecchiamento cellulare e a ridurre il rischio di alcune patologie cardiovascolari e cerebrovascolari, come l’ictus. Dal punto di vista alimentare, la scelta tra caffè e tè rientra in un equilibrio più ampio legato alle abitudini quotidiane, allo stile di vita e al metabolismo individuale. In questo contesto, un inquadramento nutrizionale consente di valutare quantità, frequenza e tollerabilità degli stimolanti in modo personalizzato. Quanta caffeina contengono caffè e tè In termini quantitativi, una tazzina di caffè espresso può contenere fino a 80 mg di caffeina, mentre una tazza di tè apporta in media 30–40 mg, considerando un’infusione di circa 2–3 minuti. Oltre alla quantità, è rilevante anche il momento della giornata in cui viene assunta. La caffeina ha infatti un’emivita di diverse ore e può interferire con i meccanismi fisiologici che regolano il sonno, soprattutto se consumata nel pomeriggio o in serata. In soggetti sensibili, ridurre o sospendere l’assunzione di bevande contenenti caffeina nelle ore che precedono il riposo notturno può favorire una migliore qualità del sonno. Anche in questo caso, la risposta è individuale e dipende dalla velocità di metabolizzazione e dalle abitudini personali.

Su Repubblica Salute un approfondimento a cura del nostro urologo Marco Stizzo

I calcoli renali, dalla prevenzione alle cure. Questo il focus dell’articolo pubblicato da Repubblica Dossier Salute a firma del nostro urologo Marco Stizzo. Nell’articolo utili consigli per prevenire l’insorgenza dei calcoli renali, anche attraverso una corretta alimentazione e uno stile di vita adeguato, e un approfondimento sulle tecniche d’intervento di ultima generazione. Leggi l’articolo

Campagna di prevenzione – Screening varicocele

Screening per la diagnosi precoce del varicocele Polimedalab, da sempre impegnata nella promozione della cultura della prevenzione in ambito sanitario, promuove uno screening per la diagnosi precoce del varicocele, destinato alla popolazione maschile compresa tra i 15 e i 30 anni. Tale campagna di prevenzione, che prevede esami strumentali (ecografia testicolare) e consulto specialistico, verrà effettuata dal dott. Giuseppe Passero – specialista in anestesia, con master di perfezionamento in ecografia. Lo screening, gratuito, è riservato ad un numero limitato di pazienti. Coloro che non hanno ancora compiuto il 18°anno di età possono prendere parte all’iniziativa solo se accompagnati da un genitore o un tutore. DATA: 28 ottobre. Che cosa è il varicocele? Il varicocele consiste in un’alterazione del drenaggio venoso del testicolo, che determina la comparsa di varici, osservabili nella zona intorno al testicolo. La patologia può comportare uno sviluppo non uniforme del volume testicolare e delle sue funzioni, tale da determinare un’alterazione del numero e della motilità degli spermatozoi, con conseguente infertilità. Su base nazionale, come dimostrano studi recenti, soffre di varicocele il 30% della popolazione adulta. Come riconoscere il varicocele? Spesso quest’anomalia non presenta alcun sintomo, ma se sintomatica, può dare senso di pesantezza o fastidio a livello dello scroto, soprattutto dopo stazione eretta prolungata, sforzo o attività sportiva. Il varicocele può portare a una compromissione della crescita del testicolo colpito, se presente già durante lo sviluppo, e della qualità del liquido seminale in età adulta, per cui è indispensabile eseguire un eco-colordoppler testicolare e, dopo la pubertà, anche lo spermiogramma. L’importanza della diagnosi precoce Il varicocele si manifesta già in età adolescenziale, nel periodo puberale o prepuberale, ed è nella maggior parte dei casi asintomatico. Pertanto, risulta essenziale ricorrere ad una diagnosi precoce, effettuata tramite uno screening ecografico. Qualora la diagnosi fosse positiva, è possibile seguire un follow up terapeutico in grado di debellare la patologia e scongiurare l’intervento chirurgico in età adulta.   Per aderire alla campagna di prevenzione contattaci al numero 379 17 77 005. Lo screening del varicocele si terrà presso il Centro Medico Polimedalab in via Umberto I, 63, Cellole (CE).

Diabete, come conoscerlo e prevenirlo
Diabete, come conoscerlo e prevenirlo

Il diabete è una patologia caratterizzata dall’aumento dei livelli di glucosio nel sangue, che può essere causato da una produzione di insulina insufficiente o da una sua azione limitata. Il ruolo dell’insulina L’insulina, un ormone prodotto dal pancreas, ha il compito di: favorire il passaggio degli zuccheri dal sangue ai tessuti per usarli come energia ed abbassare la glicemia; stimolare la proliferazione cellulare; bloccare il rilascio di ulteriori zuccheri da parte del fegato. Quando mangiamo, il cibo ingerito viene scomposto in glucosio e rilasciato nel flusso sanguigno. Nel momento in cui il livello di zucchero nel sangue è molto alto, il corpo segnala al pancreas di intervenire con il rilascio di insulina. Quando questa è scarsa o quando le cellule smettono di rispondere in modo efficace, non avviene il passaggio dello zucchero nelle cellule e possono formarsi accumuli nel sangue che, nel tempo, danno origine a problemi di natura cardiovascolare e a carico dei piccoli vasi sanguigni di organi come retina e rene, chiamate complicanze croniche (retinopatia diabetica, nefropatia diabetica, neuropatia diabetica). Il diabete, infatti, rappresenta: la prima causa di cecità; la prima causa di amputazione non traumatica degli arti inferiori; la seconda causa di insufficienza renale terminale con necessità di dialisi o trapianto; una concausa di metà degli infarti e degli ictus. Esso, dunque, influenza il modo in cui il corpo trasforma il cibo in energia e, se non trattato, può portare allo sviluppo di complicanze croniche. Quanti tipi di diabete esistono? Esistono tre tipi principali di diabete: tipo 1, tipo 2 e diabete gestazionale (diabete durante la gravidanza). Diabete di tipo 1 Il diabete di tipo 1 è causato da una reazione autoimmune che impedisce al corpo di produrre insulina. Per errore, i globuli bianchi del sistema immunitario distruggono le cellule del pancreas dedicate alla produzione di insulina. Circa il 5-10% delle persone con diabete è affetta da diabete di tipo 1. Questo si manifesta prevalentemente nell’infanzia e nell’adolescenza. I sintomi spesso si sviluppano rapidamente e sono: aumento della sete; aumento della diuresi; stanchezza; perdita di peso; malessere; dolori addominali. Per individuare e monitorare il diabete è necessario effettuare esami del sangue: quando i valori della glicemia a digiuno sono superiori a 126 mg/dl, confermati in almeno due giornate differenti, si può parlare di diagnosi conclamata di diabete. L’emoglobina glicata (HbA1c) è un ulteriore esame che può essere utilizzato a fini diagnostici e rappresenta il cardine per il monitoraggio del controllo della glicemia nel tempo. Al momento, per trattare il diabete di tipo 1, l’unica terapia disponibile è l’assunzione quotidiana di insulina attraverso iniezioni sottocutanee. Queste garantiscono all’organismo una glicemia costante, evitando picchi glicemici eccessivi. In concomitanza, vengono previsti un programma nutrizionale e un piano di attività fisica ad hoc. Tra i fattori coinvolti nello sviluppo del diabete di tipo 1 sono stati individuati fattori genetici, fattori immunitari e fattori ambientali. Diabete di tipo 2 Il diabete di tipo 2 è generato da un difetto della secrezione insulinica e della sua attività biologica. Il corpo, infatti, non fa un uso efficace dell’insulina e non riesce a mantenere la glicemia a livelli normali. Circa il 90-95% delle persone con diabete ha il tipo 2. Viene diagnostico soprattutto negli adulti e può emergere anche nel corso di molti anni. Viene definito, infatti, “diabete silente” perché per alcuni anni la sintomatologia può essere nulla o poso apprezzabile. Come per il diabete 1, i sintomi sono: aumento della sete; aumento della diuresi; stanchezza; perdita di peso; malessere; dolori addominali. Per individuare e monitorare il diabete è necessario effettuare esami del sangue. Si ha il diabete quando i valori della glicemia a digiuno sono superiori a 126 mg/dl, confermati in almeno due giornate differenti e quando, in presenza di sintomi, il valore della glicemia è superiore a 200 mg/dl. L’emoglobina glicata (HbA1c) è un ulteriore esame che può essere utilizzato a fini diagnostici e rappresenta il cardine per il monitoraggio del controllo della glicemia nel tempo. A differenza del diabete di tipo 1, solitamente non è necessaria l’iniezione quotidiana di insulina. È necessario, invece, condurre uno stile di vita salutare. Le cause del diabete di tipo 2 sono ancora sconosciute. Si pensa influiscano fattori genetici, l’obesità, la sedentarietà, l’aumento dell’età e un insieme di diverse patologie quali l’ipertensione, disturbi ormonali e metabolici, l’ipertrigliceridemia. Alcuni di questi fattori, come obesità e sedentarietà, sono modificabili e la loro eliminazione o il loro trattamento sono efficaci nel ridurre il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 anche in chi presenta valori di glicemia nel range del “prediabete”, una condizione caratterizzata da glicemia a digiuno compresa tra 100 e 125 mg/dl e/o da glicemia due ore dopo l’assunzione di un carico di glucosio compresa tra 140 e 199 mg/dl. Diabete gestazionale Il diabete gestazionale è un’alterazione del livello di glucosio nel sangue, diagnosticata nelle donne in gravidanza che non hanno mai avuto il diabete. Questa condizione si verifica nel 7-8% delle gravidanze e non provoca particolari sintomi. I più diffusi sono: aumento della sete; aumento della diuresi; perdita di peso; infezioni frequenti; disturbi alla vista. In presenza di diabete gestazionale, aumentano le possibilità che il bambino possa sviluppare un diabete di tipo 2 nel corso della crescita. Per prevenire il diabete gestazionale è importante svolgere attività fisica regolare e seguire un’alimentazione equilibrata riducendo alimenti con molti zuccheri e grassi. Tra le cause sono state individuate la familiarità per diabete di tipo 2, l’età superiore ai 35 anni, l’obesità, la sindrome dell’ovaio policistico, la presenza di diabete gestazionale in una gravidanza precedente. Nel 95% dei casi le pazienti guariscono dal diabete gestazionale dopo il parto, ma può aumentare il rischio di diabete di tipo 2. Per richiedere una consulenza, è possibile rivolgersi al dottor Rocky Strollo, specializzato in Diagnosi e gestione di pazienti affetti da diabete tipo 2, diabete tipo 1, obesità, patologie tiroidee, patologie del metabolismo minerale osseo incluse osteoporosi e osteomalacie, patologie delle paratiroidi, ipofisi e surrene.

Dieta sportiva, quali sono gli alimenti da assumere?
Dieta sportiva, quali sono gli alimenti da assumere?

Dieta sportiva: come avere una forma fisica ottimale Una sana e corretta alimentazione è alla base dello stile di vita degli sportivi, che necessitano di giusti apporti calorici ed energetici per avere una forma fisica ottimale, per massimizzare le performance atletiche, per mantenere un buono stato di salute di fronte agli sforzi psico-fisici e per gestire al meglio anche i momenti di riposo. Quanto e cosa mangiare se si fa sport? Il tipo di alimentazione sportiva cambia da atleta ad atleta, non solo in base allo sport praticato, ma, soprattutto, in base a parametri soggettivi quali quelli antropometrici, l’età, il sesso e lo stile di vita. In particolar modo, rispetto a chi non pratica alcuna attività sportiva, l’alimentazione di un atleta si differenzia nella quantità di calorie distribuite nell’arco di una giornata. Questo equilibrio dei nutrienti, indispensabili per il benessere quotidiano dell’organismo, è garantito soprattutto dalla dieta mediterranea. Per i suoi principi e per la varietà di alimenti, è alla base della maggior parte delle diete sportive. Essa, infatti, permette un cambiamento positivo della composizione corporea con la riduzione della massa grassa e il mantenimento della massa magra, la regolarizzazione del profilo lipidico e glicemico nel sangue e una corretta idratazione. Come distribuire i nutrienti? Il fabbisogno calorico di uno sportivo varia da 2mila a 5mila kcal giornaliere che vengono apportate da: carboidrati, pari al 55-60% dell’Energia Totale Giornaliera (ETG). Essi sono una fonte energetica primaria perché vengono immagazzinati nel fegato e nei muscoli come glicogeno a cui il corpo attinge durante gli esercizi fisici. Ciò consente di mantenere il livello di zucchero costante e di avere una buona performance. Nello specifico, i carboidrati da assumere sono quelli contenuti nei cereali, nei tuberi e nei legumi e, in misura minore, quelli contenuti negli zuccheri semplici quali dolci, frutta, bevande; grassi, per il 25-30% dell’ETG. Essi sono indispensabili nelle prestazioni di resistenza e nelle fasi avanzate dell’attività sportiva, quando la disponibilità di carboidrati diminuisce. Ovviamente, è fondamentale non eccedere nelle quantità e prediligere i grassi monoinsaturi contenuti nell’olio extravergine d’oliva e nella frutta secca e i grassi omega 3 presenti nel pesce azzurro, nel salmone, nel tonno e nei semi oleosi; proteine, pari al 10-15% dell’ETG. Esse sono significative negli sport indirizzati allo sviluppo della forza e della massa muscolare in quanto elementi costitutivi dei muscoli, delle ossa e del tessuto connettivo. Vanno assunte dalla combinazione di alimenti di origine animale (carne, pesce, uova, latte e latticini) e vegetale (legumi e cereali); acqua, berne in quantità pari a quanta ne viene persa durante la performance sportiva. Essa è la principale fonte di rifornimento di minerali ed è fondamentale per la regolazione termica. Andrebbe assunta in piccole quantità ogni 15-20 minuti. La disidratazione graverebbe soprattutto sui muscoli, composti per circa il 70% da acqua. Per richiedere una consulenza, è possibile rivolgersi alla dott.ssa Marina Ricciardi, specialista in scienza dell’alimentazione ed esperta in nutrizione pediatrica, sportiva e vegetariana.

Screening della sindrome metabolica: esami clinici e visite specialistiche a costo agevolato

Polimedalab e Medalab uniscono le proprie competenze per organizzare e promuovere uno screening della sindrome metabolica che prevede esami clinici e visita specialistica con un medico ecografista e dott.ssa Marina Ricciardi – specialista in scienza dell’alimentazione ed esperta in nutrizione pediatrica, sportiva e vegetariana. Lo screening è previsto per un numero limitato di pazienti ed è disponibile al costo agevolato di 150 euro. DATA: 28 ottobre. Gli esami clinici potranno essere effettuati non oltre due giorni prima delle date sopra indicate presso il laboratorio di analisi Medalab. Lo screening prevede i seguenti esami: esami di laboratorio: glicemia; profilo lipidico (colesterolo tot, trigliceridi, HDL, LDL); transaminasi (GOT, GPT); yGT; emocromo completo; visita medica specialistica completa con valutazione dei parametri antropometrici (a cura della dott.ss Ricciardi); valutazione nutrizionale e impostazione di un piano di trattamento dietoterapico personalizzato alla luce delle valutazioni precedenti (a cura della dott.ss Ricciardi); BIA (calcolo della massa magra e della massa grassa – a cura della dott.ssa Ricciardi) Ecografia addominale per valutazione della steatosi epatica e del grasso viscerale; Ecografia vascolare carotidi  (TSA per valutare la presenza di danno vascolare con aterosclerosi – a cura del dott. Passero); Ecografia aorta addominale, a cura del dott. Passero; Cos’è la sindrome metabolica? La sindrome metabolica è una patologia sempre più diffusa nel mondo industrializzato europeo e nordamericano. Si stima che più del 40% della popolazione sopra i 50 anni ne soffra, ma non mancano casi tra bambini e adolescenti. I disturbi di sindrome metabolica più diffusi sono: l’incremento patologico della circonferenza vita (dovuta all’accumulo di grasso addominale in eccesso); l’ipertensione arteriosa; l’alterata glicemia plasmatica a digiuno (FGP) o l’insulino-resistenza; la dislipidemia. Altri disturbi comprendono: Apnea ostruttiva del sonno Steatoepatite non alcolica Nefropatia cronica Sindrome dell’ovaio policistico (per le donne) Basso livello di testosterone plasmatico, disfunzione erettile o entrambi (per gli uomini) Diagnosi della sindrome metabolica La sindrome metabolica viene diagnosticata in presenza di tre o più delle seguenti rilevazioni, in base ai valori delle linee guida americane ATP-III: Fattori di rischio Il monitoraggio e il mantenimento a concentrazioni normali dei lipidi nel sangue è importante per la salute. Un’alta concentrazione, infatti, può causare: colesterolo con possibile insorgenza di patologie cardiache e ictus; sviluppo di patologie cardiovascolari. Fattori di rischio associati alla sindrome metabolica includono: fumo; sovrappeso o obesità; cattiva alimentazione; scarso esercizio fisico; età; alti livelli di colesterolo; ipertensione; familiarità per malattie cardiovascolari; patologia cardiovascolare pre-esistente o precedente infarto; diabete mellito o prediabete. Il corretto approccio a tale patologia deve necessariamente comprendere un percorso clinico di screening, stadiazione e cura. Per questo motivo, Polimedalab e Medalab hanno messo a disposizione del paziente un’equipe medico-multidisciplinare che possa valutare in modo completo e integrato il suo stato di salute e indirizzarlo verso un percorso educativo/terapeutico personalizzato. Lo screening della sindrome metabolica si terrà presso il Centro Medico Polimedalab e il Laboratorio di Analisi Medalab, entrambi situati in via Umberto I, 63, Cellole (CE).  Per aderire compila il form sottostante oppure contattaci al numero 379 17 77 005

anemia sideropenica
Anemia sideropenica: cosa è e come si cura

L’anemia sideropenica o anemia da carenza di ferro è tra le più comuni forme di anemia e si verifica quando all’interno del nostro organismo i livelli di ferro scendono al di sotto di una determinata soglia, inficiando il corretto trasporto dell’ossigeno attraverso il sangue. Tale problema determina la presenza di sintomi come stanchezza e fiato corto, che sono spesso associati alla presenza di questa patologia. Perché il ferro è così importante? Il ferro è tra i minerali più importanti per il nostro organismo, perché, in ambito ematologico, è deputato alla formazione dell’emoglobina, una proteina presente nei globuli rossi che si lega all’ossigeno e lo trasporta tramite il flusso sanguigno, per nutrire muscoli, tessuti ed organi. Pertanto: poco ferro equivale a scarsa produzione di emoglobina e, quindi, carenza nella circolazione di ossigeno. L’assenza di ferro può essere determinata da diversi fattori come un’alimentazione non efficace, problemi nell’assorbimento o perdite ematiche. L’assenza di ferro interessa trasversalmente tutte le fasce d’età si evidenzia negli adolescenti, nelle donne in età fertile, in gravidanza o in allattamento, ma anche in soggetti più adulti, associata a patologie intestinali di natura oncologica o meno come diverticoli, polipi, emorroidi. Cosa provoca l’assenza di ferro e l’anemia sideropenica? Una carenza di ferro può manifestarsi a seguito di diversi episodi, tra cui: Perdite croniche di ferro, legate alla presenza di diverticoli, ulcere, polipi intestinali, che si palesano con sangue occulto, così come perdite croniche da gastriche o perdita acuta come emorragie Un’alimentazione poco ricca di ferro, ossia quando all’interno di una dieta o di una routine alimentare viene trascurato l’apporto di ferro attraverso cibi che ne sono ricchi, come ad esempio carni come il tacchino, pesce, legumi, frutta secca, cereali integrali, verdure a foglia verde scura; Uno scarso assorbimento del ferro, che può essere determinato da un metabolismo inefficace, dalla presenza di malattie intestinali croniche o dalla celiachia; Stato di gravidanza o allattamento, durante il quale la donna necessita di un maggior quantitativo di ferro per lo sviluppo del feto e il nutrimento del bimbo; Interventi chirurgici che possono comportare l’asportazione di parti del tubo intestinale, riducendo la capacità di assorbimento del ferro. Quali sono i sintomi dell’anemia sideropenica? La sintomatologia associata all’anemia sideropenica è di diversa natura e può manifestarsi a diverse intensità, a seconda delle “scorte” di ferro disponibili nel nostro organismo. Tra i sintomi più frequenti, è bene segnalare: Pallore Astenia (fatica, debolezza costante) Mal di testa Insonnia Fiato corto e respiro affannato Dolore al torace Vertigini o capogiri Sensazione di freddo alle estremità di mani e piedi Perdita di capelli Battito accelerato Come si cura l’anemia sideropenica? Come per ogni patologia, un’attenta attività di prevenzione è fondamentale per scongiurare l’emersione o l’aggravarsi della malattia. Prevenzione significa, innanzitutto, uno stile di vita sano ed un’alimentazione corretta, che garantisca il necessario apporto di ferro. A seconda degli step della patologia, poi, è possibile selezionare una terapia adeguata. Nel caso in cui vi sia un’infiammazione in atto, responsabile di un mancato assorbimento di ferro, può essere utile una terapia con integratori. In presenza, invece, di una sideropenia più critica, si potrà procedere con l’assunzione di ferro per via orale. Nei casi più acuti, in cui anche le “scorte” di ferritina sono a livelli molto bassi, può rendersi necessaria la somministrazione di ferro endovena, operazione da eseguire in ambiente ospedaliero per monitorare eventuali reazioni allergiche. Per richiedere una visita specialistica, è possibile contattare la nostra specialista in ematologia, dott.ssa Maria Luigia Iannalfo.

Come leggere le etichette alimentari? Ecco alcuni suggerimenti utili

Sulle etichette alimentari c’è scritto proprio tutto? Come possiamo imparare a leggerle? L’etichettatura degli alimenti confezionati è un sistema di sicurezza che ha l’obiettivo di garantire il diritto all’informazione da parte del consumatore in merito a contenuti, allergeni, date di confezionamento e di scadenza ed ogni altro elemento utile ai fini della corretta informazione in ambito alimentare. Le immagini che vediamo rappresentate sul packaging dei prodotti spesso sono puramente indicative e hanno lo scopo di attirare l’attenzione del consumatore. Per questo, non bisogna lasciarsi influenzare troppo dalle immagini nella scelta di un prodotto alimentare. Nel dettaglio, ecco alcune indicazioni utili: ZUCCHERO La dicitura “senza zucchero” non è esatta se vengono usati edulcoranti al suo posto o se sono usati prodotti come lo sciroppo di glucosio, l’amido di mais o il maltosio, che sono sostanze con un alto indice glicemico. ADDITTIVI Coloranti, conservanti, antiossidanti, addensanti, correttori di acidità ed esaltatori di sapidità vengono usati quando il cibo è di scarsa qualità. Quindi meno additivi troviamo nei prodotti e più vantaggi ci saranno per il nostro stile alimentare. PRODOTTI “LIGHT” Gli alimenti light sono ricavati da quelli originali, ai quali viene apportata una variazione nella composizione chimica, allo scopo di ridurne l’apporto di grassi, di calorie e di zuccheri Ma bisogna ricordare che questi cibi non hanno proprietà miracolistiche. Per mantenere il gusto del prodotto, infatti, bisogna aggiungere additivi ed edulcoranti che possono alterare il sapore di un alimento e provocare un innalzamento della soglia di percezione, fino a indurre il consumatore a preferirli a quelli originali e consumarne in quantità eccessiva. Per ulteriori consigli e per richiedere una dieta personalizzata, rivolgiti alla nostra biologa nutrizionista, dott. ssa Marina Ricciardi.

dermatite tipologie e cura
Dermatite: che cosa è e come si cura?

Per dermatite si intende un processo infiammatorio della pelle, più o meno frequente e di varia gravità in adulti e bambini, a seconda del tipo di dermatite, delle cause scatenanti (esposizione ad allergeni o agenti irritanti, predisposizione genetica, disfunzioni immunitarie, etc.) Esistono diverse tipologie di dermatite e spesso non è facile anche da parte del medico capire con precisione i fattori che hanno provocato il disturbo. La diagnosi molto spesso si basa sui sintomi, sull’aspetto e sull’estensione della dermatite; tuttavia può essere necessario avere ulteriore conferma attraverso altri esami diagnostici invasivi (svolti su piccoli campioni cutanei) o non invasivi (patch test ecc). In ogni caso è fondamentale raccogliere in modo dettagliato la storia clinica di ogni paziente per capire se può essere venuto a contatto con sostanze irritanti o allergizzanti, se ci siano infezioni in corso o se può aver assunto particolari categorie di farmaci o applicato pomate che possono aver scatenato la dermatite. Principali sintomi della dermatite I sintomi che indicano la presenza di dermatite, dipendono dalla tipologia specifica di dermatite ma sono solitamente piuttosto riconoscibili e a volte, purtroppo, anche esteticamente invalidanti. Comprendono: arrossamento, prurito e gonfiore della parte interessata irritazione cutanea che include macchie rosse, puntini, ponfi simili a brufoli e nei casi più gravi anche vescicole, croste e lesioni aperte (simili a ulcere) bruciore e fastidio al contatto desquamazione e secchezza della pelle in prossimità della zona infiammata Inoltre tutti questi sintomi possono peggiorare se la pelle viene toccata, strofinata o trattata con prodotti sbagliati. Tipologie di dermatite La dermatite presenta diverse cause che possono essere esterne o interne. Vediamo quali sono le principali tipologie di questa malattia e le loro caratteristiche. Dermatite atopica Si tratta di una dermatite non contagiosa che colpisce soprattutto bambini e neonati. Le cause sono da ricercare sia in una predisposizione genetica sia in alcuni fattori esterni che possono scatenare o aggravare questa patologia (alterazione della barriera cutanea, freddo o sostanze irritanti -come la polvere-, detergenti aggressivi, tessuti sintetici o di lana, inquinanti ambientali ecc) Si presenta con pelle arrossata secca e pruriginosa. Nei neonati e nei bambini piccoli compare più frequentemente sul viso, mentre in quelli più grandi sulle pieghe del gomito e delle ginocchia e attorno a occhi e bocca. Dermatite batterica o Impetigine Si può parlare di questa patologia quando la causa primaria scatenante della dermatite è da ricercarsi nell’azione di un batterio come lo Staphylococcus aureus e lo Streptococcus pyogenes. Si tratta di una patologia molto contagiosa per contatto pelle-pelle. Ricordiamo però che una situazione di questo tipo è più frequente nella popolazione pediatrica mentre negli adulti è più probabile che il quadro infettivo si venga a determinare in un secondo momento, come complicazione (impetiginizzazione). Dermatite seborroica Si presenta di solito sul cuoio capelluto, al volto (sopracciglia e ai lati del naso), alle orecchie, in regione sternale e nella zona tra le scapole con forte infiammazione, comparsa di macchie rosse, desquamazione e prurito intenso. Tra i fattori alla base della patologia vi è la presenza di un fungo del genere Malassezia, anche se le cause specifiche non sono ancora del tutto state stabilite. Dermatite da contatto irritante Causata da una reazione, che non coinvolge il sistema immunitario, al contatto con delle sostanze urticanti o irritanti di origine naturale o chimica si manifesta sulla zona della pelle che è entrata in contatto con la sostanza. I principali sintomi sono: rossore dai contorni poco definiti, prurito intenso e a volte vescicole e croste. Dermatite allergica da contatto Causata da una reazione al contatto con delle sostanze che causano una reazioni di tipo allergico (non tutte le persone che entrano in contatto con quella sostanza sviluppano i sintomi); si può manifestare su una zona più ampia rispetto a quella che è entrata in contatto con l’allergene. Si manifesta ogni volta che si entra nuovamente in contatto con l’allergene. Dermatite erpetiforme La dermatite erpetiforme di Duhring è strettamente legata all’intolleranza al glutine, anche se non tutte le persone celiache ne soffrono. Le parti più colpite sono la regione lombare, i glutei, le ginocchia e i gomiti. Dermatite periorale Fattori ormonali e reazioni a specifiche sostanze presenti in cosmetici e dentifrici sono le cause maggiormente accreditate per questa dermatite. Si sviluppa sul viso e nella parte intorno alle labbra ma può estendersi anche su guance, mento e fronte. Non dimentichiamo inoltre la reazione cutanee a terapie oncologiche come la chemio- e la radioterapia che possono manifestarsi durante e dopo i trattamenti. In questo caso, sia l’abbigliamento che le emulsioni delicate possono essere un valido aiuto per lenire secchezza e prurito della pelle. Cure e rimedi Come per ogni patologia, il primo passo da fare è senza dubbio rivolgersi allo specialista dermatologo che potrà fare diagnosi e decidere l’iter terapeutico migliore a seconda del tipo di dermatite In caso di secchezza cutanea più o meno grave, sicuramente bisogna bandire prodotti aggressivi a favore invece di creme lenitive che contrastano tutti i fastidi dell’infiammazione. Via libera, quindi, dopo l’approvazione da parte del medico, a emulsioni idratanti indicate per pelle secca, arrossata e desquamata a base di urea ed estratti vegetali come olio di ribes nero, olio di riso e burro di karitè che, grazie alla loro azione nutriente, favoriscono il ripristino della barriera cutanea e proteggono la pelle da prurito e disidratazione. Anche per i bambini trattare la pelle con molta cura e idratarla è il metodo migliore per cercare di ridurre i sintomi di eventuali dermatiti sia per i piccolissimi, sia per quelli più grandi che passando molte ore a contatto con altri coetanei, toccando spesso l’ambiente che li circonda e giocando per terra in ambienti non privi di batteri. Ecco alcuni consigli utili: utilizzare detergenti delicati, preferibilmente in olio, privi di sostanze schiumogene aggressive, che detergono per affinità senza intaccare lo strato protettivo Inoltre, utilizzare asciugamani morbidi, evitando di strofinarli sulla pelle. Idratare quotidianamente tutto il corpo utilizzando prodotti specifici Adoperare, almeno per la biancheria intima, indumenti di fibra naturale (evitare sempre la lana a contatto diretto con la pelle!). Educare

prick test e patch test
Prick Test e Patch Test: cosa sono e a cosa servono?

Il Prick test e il Patch test sono impiegati in allergologia per accertare la presenza di allergie attraverso la reazione cutanea. Si tratta di test di tipo golden standard – quindi accreditati dai principali enti sanitari – per valutare la presenza di allergie alimentari e respiratorie. A cosa serve e come si effettua il prick test? Il prick test è un esame allergologico tra i più diffusi e affidabili e serve ad individuare la presenza di un’allergia di tipo alimentare o respiratoria. Tale esame, effettuato dall’allergologo, consente di valutare la reazione del nostro corpo nei confronti di una serie di sostanze, gli allergeni, presenti in pollini, muffe, peli di animali, acari della polvere, prodotti alimentari, lattice, veleno di insetti. Il prick test è un test rapido e non invasivo, che non arreca fastidio al paziente e ha il compito di individuare la presenza degli anticorpi IgE che causano allergie di tipo sintomatico. Il prick test si effettua tramite l’applicazione di una goccia di diverse sostanze – gli allergeni – sulla pelle, generalmente dell’avambraccio, che poi viene stimolata con una lancetta sterile per consentire alle gocce di entrare in contatto con l’epidermide. Per valutare se la reazione cutanea è nella norma oppure è eccessiva, vengono depositate sostanze come istamina o glicerina, in grado di stimolare la reazione. Dopo circa 15 minuti dalla somministrazione del test, la pelle viene accuratamente esaminata dall’allergologo per verificare l’eventuale comparsa di reazioni allergiche, che si manifestano sotto forma di rigonfiamenti, arrossamenti, edemi, vescicole, indici del fatto che il nostro corpo ha reagito in modo eccessivo ad una determinata sostanza e, dunque, può aver sviluppato un’allergia. A cosa serve e come si effettua, invece, il patch test? Il patch test, detto anche test epicutaneo, viene utilizzato per indagare la presenza di dermatiti da contatto e serve a valutare quali sostanza – gli apteni – possono generare una reazione di tipo allergico. Con il patch test può essere valutata un’allergia al nichel, al cromo, ai conservanti, ai coloranti e ai profumi. Anche il patch test è un esame indolore, che però viene effettuato applicando sulla pelle del dorso dei cerotti – i patch – che contengono le sostanze portatrici di allergie. I patch vengono lasciati sulla pelle per 48-72 ore per valutare le eventuali reazioni. Durante questo periodo, è necessario che i patch rimangano sempre a contatto con la pelle, quindi non bisogna bagnarla ed è necessario evitare sforzi che possano far staccare i cerotti. Qual è la differenza tra prick test e patch test E’ necessario premettere che prima di sottoporsi ad entrambi i test, è necessario comunicare all’allergologo se è in corso una cura che preveda l’assunzione di farmaci, in quanto potrebbero invalidare i risultati dei test allergologici. In particolare, è importante rendere noto al medico specialista se si stanno seguendo terapie che prevedono l’utilizzo di farmaci antistaminici e/o cortisonici. Entrambi gli esami, inoltre, vanno effettuati sotto sorveglianza di personale medico che può tenere sotto controllo eventuali reazioni allergiche complesse. La differenza principale tra prick test e patch test risiede, oltre che nella metodologia di somministrazione, nei tempi più lunghi di valutazione perché il primo – prick test – valuta le reazioni di sensibilità attraverso gli anticorpi, mentre il secondo – patch test – si basa sulle reazioni indotte dalle cellule, che hanno bisogno di almeno un paio di giorni per essere apprezzate. Per prenotare un esame allergologico che prevede la somministrazione di un prick test o di un patch test, è possibile contattare la nostra specialista in allergologia ed immunologia, dott. ssa Carmela Gravante.